Sessant’anni di Sbandieratori dei Rioni di Cori: una storia di persone, passione e futuro

2026/10/02

Sessant’anni di Sbandieratori dei Rioni di Cori: oltre il folklore, una storia di persone

In occasione del 60° Anniversario degli Sbandieratori dei Rioni di Cori, prosegue il percorso di interviste dedicato alle persone che, attraverso il proprio impegno, hanno contribuito a costruire la storia e l’identità del Gruppo.

Questa volta incontriamo Alberto Pistilli, storico direttore artistico, architetto conosciuto anche per il suo lavoro nel campo dell’architettura sostenibile e protagonista di numerose esperienze che hanno segnato l’evoluzione artistica e organizzativa dell’associazione.

Dalle difficoltà economiche e organizzative tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta alle grandi esperienze internazionali, dal ritorno del Festival della Collina a Cori alla nascita del balletto rinascimentale, il suo racconto attraversa sessant’anni di storia collettiva. Una storia fatta di persone, competenze, amicizie, contrasti, trasformazioni e soprattutto della capacità di costruire qualcosa insieme.

Il Gruppo: una storia di persone

Se dovesse raccontare il proprio rapporto con gli Sbandieratori dei Rioni partendo da una sola idea, Alberto Pistilli sceglierebbe senza esitazione le persone.

Per lui, il Gruppo non è mai stato semplicemente la somma degli sbandieratori, dei musici o di coloro che partecipavano alle attività. Attraverso regole condivise, educazione, disciplina, sacrifici e senso di appartenenza, persone diverse riuscivano a creare qualcosa di nuovo, proprio come avviene in una reazione chimica quando più elementi si incontrano.

È questa la lezione più importante che ha portato con sé: il valore di una comunità nasce dalla capacità dei suoi componenti di mettere insieme esperienze, sensibilità e competenze differenti.

La rinascita tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta

Quando Alberto iniziò a vivere pienamente la realtà del Gruppo, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, la situazione era particolarmente difficile. L’associazione attraversava problemi economici, difficoltà organizzative e un periodo di progressivo abbandono.

Un gruppo di giovani decise però di assumersi la responsabilità di andare avanti. Inizialmente l’obiettivo era semplice: risolvere i problemi e permettere all’associazione di continuare a esistere. Solo successivamente fu possibile immaginare un nuovo percorso di crescita.

Pistilli ricorda in particolare il breve ma decisivo consiglio direttivo presieduto da Maurizio Zampini, insieme a Luigi Marafini, Tommaso Corsetti e ad altre persone che contribuirono a superare quella fase. Era il periodo in cui, anche scherzando, si cantava che bisognava andare avanti «con gli stivali rotti» e trovare comunque i soldi per pagare la rata.

Un ruolo fondamentale fu successivamente svolto dalla presidenza di Tommaso Ducci, che contribuì al definitivo superamento delle difficoltà economiche e alla realizzazione di numerose esperienze di alto livello, anche a livello internazionale.

Per Alberto, quella stagione rappresentò una vera rinascita: non la cancellazione del passato, ma la possibilità di ripartire costruendo qualcosa di nuovo sulle fondamenta di quanto era stato realizzato prima.

Sessant’anni di storia: generazioni che si susseguono

La storia del Gruppo non può essere raccontata attraverso una sola generazione. Alberto riconosce in Giovanni Pistilli, figura simbolica della fondazione, un riferimento fondamentale, pur avendo condiviso direttamente con lui soltanto una parte limitata del proprio percorso associativo.

In sessant’anni si sono susseguite diverse stagioni, caratterizzate da presidenti, consigli direttivi, idee e protagonisti differenti. Pistilli individua idealmente tre grandi periodi, quasi tre ventenni, che meritano tutti di essere ricordati e valorizzati.

La memoria, secondo lui, deve comprendere anche le fasi più difficili. Ogni generazione ha contribuito a costruire quella successiva, e nessuna parte di questa storia dovrebbe essere dimenticata.

Il Festival della Collina: incontrare il mondo attraverso le persone

Un capitolo centrale della sua esperienza è rappresentato dal Festival della Collina, vissuto inizialmente attraverso il circuito internazionale delle manifestazioni che, in quegli anni, aveva come riferimento anche Sabaudia.

Quelle esperienze permisero al Gruppo di entrare in contatto con culture differenti, imparando a osservare, adattarsi e condividere. Per Pistilli, partecipare a un festival significava molto più che esibirsi davanti a un pubblico.

Significava dormire e mangiare insieme, organizzarsi, aspettare, collaborare e conoscere persone provenienti da altri Paesi. Le mense, le scuole che ospitavano i gruppi e gli spazi comuni diventavano parte integrante dell’esperienza.

Tra i luoghi rimasti maggiormente impressi nella sua memoria c’è Tarcento, vicino a Udine, una realtà che per dimensioni poteva ricordare Cori, ma che offriva abitudini, persone e modi di vivere differenti.

Ricorda inoltre Massimo Boldi, alla guida di un grande Festival, dal quale il Gruppo ebbe modo di osservare e apprendere un modello di organizzazione fondato sulla condivisione.

Da queste esperienze nacque una convinzione: il Festival non doveva essere soltanto una successione di spettacoli, ma un’occasione di incontro tra persone e culture.

Il ritorno del Festival a Cori e il valore del lavoro collettivo

Il ritorno del Festival della Collina a Cori è legato anche a un altro momento fondamentale: il Trentennale degli Sbandieratori.

Fu un progetto imponente, capace di riunire generazioni differenti e dimostrare le capacità organizzative del Gruppo, nonostante le difficoltà degli anni precedenti. Un lavoro realizzato con la regia di Angelo Cicinelli e lo straordinario contributo di Fabrizio Antocchi.

Pistilli ricorda numerose persone che contribuirono alla riuscita di quella stagione: Francesco Cupiccia, Paolo Fantini, Gianni Monti, Carlo Vittori, Fausto Porcari, Angelo Pianelli, Toni Caratelli, Pietro Ricchi, Alessandro Ciotti, Giuseppe Molinari, Catullo Manciocchi e Agostino Guidi, insieme ai giovani di allora e a tanti volontari e volontarie.

Un riconoscimento particolare va anche a chi, pur non facendo parte della quotidianità degli Sbandieratori, comprese il valore culturale del progetto. Tra questi Manrico Ricci e Tito Vittori, allora assessore alla Cultura, insieme all’amministrazione comunale di quel periodo.

Il Festival, sottolinea Alberto, nacque e rinacque perché tante competenze diverse riuscirono a lavorare nella stessa direzione.

Ognuno può essere fondamentale, anche senza lanciare una bandiera

Uno degli aspetti che Pistilli considera più importanti nella storia del Gruppo è la possibilità, per ogni persona, di contribuire attraverso le proprie capacità.

Chi conosceva la musica si occupava della musica. Chi aveva competenze tecniche interveniva sulle strutture. Chi sapeva organizzare si occupava dell’organizzazione. Altri mettevano a disposizione mezzi, conoscenze e tempo.

Ricorda con affetto il sostegno di suo padre, che non ostacolò mai la sua passione e mise a disposizione risorse, mezzi e moltissimo tempo. Ricorda inoltre Gino Gattamelata, per il garbo e la concretezza con cui sapeva offrire esperienza e consigli.

Il concetto è semplice: non era necessario essere il migliore nel maneggio della bandiera per sentirsi parte integrante del Gruppo. Si poteva progettare una scenografia, montare una luce, scrivere una musica o risolvere un problema pratico.

Il risultato finale apparteneva a tutti.

Le persone che restano nella memoria

Il rapporto intenso e viscerale di Alberto con il Gruppo è inevitabilmente legato anche alle persone che non ci sono più.

Tra i ricordi più significativi c’è quello dello zio Franco Cappella, uno dei sei fondatori, scomparso prematuramente e conosciuto soprattutto attraverso i racconti familiari.

Ricorda inoltre Vittorio Moscardelli, per molti anni segretario e vicepresidente, e Mauro Zanarella, scomparso pochi giorni prima del Festival, dopo aver condiviso fino a poche ore prima il lavoro di allestimento del palco.

Un posto speciale è riservato a Massimo Alessi, con il quale trascorse innumerevoli ore alla ricerca dei tessuti per costumi e scenografie. Da lui imparò soprattutto l’importanza di ricucire i rapporti proprio nei momenti in cui i contrasti diventano più difficili.

Un insegnamento che, a distanza di anni, conserva ancora un valore profondo.

Contrasti, trasformazioni e nuove forme di espressione

Nella storia del Gruppo non sono mancati contrasti e vere e proprie divisioni. Pistilli ritiene però importante distinguere le discussioni sulle idee dai conflitti personali.

Le differenze di visione possono diventare occasioni di crescita, quando riguardano il progetto, la tecnica e il futuro dell’associazione. Il problema nasce quando le divergenze si trasformano in barriere tra le persone.

Per questo, a distanza di tanti anni, considera importante rileggere storicamente anche le fratture del passato, senza utilizzarle come strumenti per alimentare nuove divisioni.

Uno dei cambiamenti artistici più significativi degli anni Novanta fu la nascita del balletto rinascimentale all’interno degli Sbandieratori dei Rioni.

Già all’inizio degli anni Ottanta erano stati avviati alcuni tentativi di studio delle danze rinascimentali. Nel 1997 si tornò su quella strada con maggiore convinzione, immaginando uno spettacolo più articolato, nel quale bandiere e musici potessero essere affiancati da dame, ballerine, spadaccini e altre figure.

Un’esperienza importante fu l’incontro, durante il Festival del 1997, con un gruppo proveniente da Madrid e con una costruzione scenica ispirata a Goya. Quella proposta offrì nuovi stimoli e contribuì a far comprendere quanto potesse ampliarsi la dimensione teatrale dello spettacolo.

Tra le prime donne coinvolte in questa fase Pistilli ricorda Anna Maria Pasquali, Francesca De Cave, Rossella Palliccia e Anna Martelloni. Il loro ingresso come ballerine rappresentò un cambiamento significativo rispetto alla tradizione precedente e non fu privo di resistenze e discussioni.

Alberto sottolinea soprattutto la dignità e l’intelligenza con cui quelle ragazze affrontarono una fase di trasformazione che avrebbe contribuito a ridefinire il futuro del Gruppo.

Dalle divisioni a nuove esperienze culturali per Cori

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila si verificò una delle fratture più importanti della storia recente dell’associazione.

Secondo Pistilli, sarebbe riduttivo attribuire quella divisione a una sola causa: si confrontavano visioni differenti dello spettacolo, della tradizione, dell’innovazione e del futuro associativo.

Da quella stagione, direttamente o indirettamente, si svilupparono anche altre esperienze associative e culturali della città, tra cui il Latium Festival e, già nel 1998, il gruppo di danza rinascimentale Tres Lusores.

Alberto ricorda in particolare la passione di Tommaso Ducci, Giulio Cucchiarelli, Orazio Fanfani e Francesca Trenta, insieme ad altre persone che contribuirono a queste nuove esperienze.

Oggi, a oltre venticinque anni di distanza, ritiene più importante comprendere ciò che quelle divisioni hanno prodotto nella storia culturale di Cori piuttosto che stabilire chi avesse ragione e chi torto.

Tradizione e innovazione: preservare un’identità in movimento

Per Pistilli tradizione e innovazione non sono elementi contrapposti. Il Gruppo dei Rioni ha sempre sperimentato e innovato: anche ciò che oggi viene considerato tradizione, in passato, è stato il risultato di una scelta nuova.

Al centro rimane però il tema dell’autenticità.

Per molti anni gli Sbandieratori hanno presentato quella che veniva definita una vera e propria scuola corese della bandiera. I Giochi della Bandiera rappresentavano occasioni importanti di confronto con altre realtà, come quelle di Orte e Fossano.

Confrontarsi non significa necessariamente imitare. Significa conoscere meglio la propria identità, migliorare la tecnica e comprendere quali elementi rendono riconoscibile il proprio stile.

Anche oggi è possibile sperimentare spettacoli più dinamici, veloci e contemporanei, mantenendo leggibile una parte della propria identità tecnica e artistica.

Le grandi esperienze internazionali: Seoul, Taiwan, Porto Rico e Canada

Le trasferte internazionali rappresentano un altro capitolo fondamentale della memoria di Alberto.

Gli Sbandieratori dei Rioni di Cori in costume insieme a un gruppo folkloristico durante una trasferta

Seoul, con i Giochi Olimpici del 1988, rimane il ricordo di una dimensione straordinaria, nella quale precisione organizzativa e qualità scenica raggiungevano livelli impressionanti.

Villablanca è legata soprattutto al ricordo degli orari e dei ritmi delle manifestazioni. Taiwan conserva invece una serie di episodi, parole e gesti che appartengono alla memoria interna del Gruppo.

Porto Rico richiama il caldo di gennaio, le persone, i teatri e gli incontri. Drummondville, in Canada, rappresentò probabilmente una delle più importanti lezioni di capacità organizzativa e uno dei momenti più significativi di quel ventennio dal punto di vista tecnico e della presenza scenica.

Esperienze che, inevitabilmente, lasciano un segno in chi le vive.

Quando un Festival diventa un’amicizia lunga una vita

Tra le eredità più belle delle esperienze internazionali ci sono i rapporti umani che continuano nel tempo.

Pistilli racconta di un amico di Burgos conosciuto in Brasile nel 1997, che negli anni è tornato a Cori almeno una ventina di volte. Nel frattempo sono cresciute le famiglie, i figli sono diventati amici e si è consolidato un legame così profondo da far nascere anche il desiderio di acquistare una seconda casa in città.

Insieme a lui, negli anni, molte persone di Cori hanno condiviso anche una parte del Cammino di Santiago di Compostela.

È proprio questo, secondo Alberto, uno dei significati più profondi del Festival: non soltanto organizzare spettacoli, ma costruire relazioni capaci di durare decenni e coinvolgere intere famiglie.

Il Sessantennale: un’occasione per ricostruire la memoria

Il 60° Anniversario rappresenta, secondo Pistilli, un’importante occasione per ricostruire la memoria del Gruppo e valorizzare le esperienze delle persone che ne hanno attraversato le diverse stagioni.

Guardando al Cinquantennale, Alberto ritiene che molte ferite fossero ancora troppo recenti per consentire una vera ricucitura. Dieci anni dopo, il contesto è cambiato: tante persone che hanno vissuto le diverse fasi dell’associazione hanno oggi più tempo e forse anche un maggiore desiderio di lasciare qualcosa alle nuove generazioni.

Fotografie, documenti, racconti, competenze e memorie costituiscono un patrimonio che merita di essere raccolto e condiviso.

Sarebbe importante coinvolgere chi ha vissuto la storia del Gruppo, farlo sedere accanto ai ragazzi e chiedergli non soltanto cosa sia successo, ma soprattutto cosa sia possibile imparare da quelle esperienze.

Ricucire significa tornare a costruire insieme

Per Alberto, la ricucitura non coincide con una stretta di mano o con una semplice pacificazione simbolica.

La vera riconciliazione nasce quando persone che hanno vissuto esperienze differenti tornano a lavorare insieme: preparando una mostra, organizzando un evento, allenando ragazzi o digitalizzando un archivio.

Un settantenne che lavora accanto a un ventenne trasmette inevitabilmente qualcosa che va oltre la tecnica. E anche l’adulto può imparare dal ragazzo.

Questo è il vero significato del passaggio di consegne.

Oggi il Gruppo sta attraversando un’altra grande trasformazione generazionale, caratterizzata da una presenza giovanile importante e da una partecipazione femminile molto più ampia rispetto al passato.

Pistilli considera questo cambiamento positivo. Ogni generazione deve poter mettere in discussione qualcosa della precedente, senza essere costretta né a custodire tutto immutato né a ricominciare da zero.

La sfida consiste nel mettere insieme memoria e trasformazione.

Il futuro del Gruppo: più ponti e meno barriere

Guardando ai prossimi anni, Alberto immagina un’associazione capace di mediare, unire e studiare anche i passaggi meno chiari della propria storia.

L’obiettivo non dovrebbe essere quello di riaprire vecchie contrapposizioni, ma di arrivare al Sessantacinquesimo o al Settantesimo con una maggiore capacità di riconnettersi alla propria memoria.

Vorrebbe vedere più dialogo, meno competitività forzata e maggiore attenzione a chi rischia di rimanere indietro.

Una delle sue riflessioni più significative riguarda proprio il senso di appartenenza: un gruppo esiste davvero quando riesce a portare con sé anche la persona meno forte, non soltanto quando celebra quella più brava.

Una comunità che va oltre gli Sbandieratori

Il futuro del Gruppo, secondo Pistilli, non può essere separato da quello della città.

Gli Sbandieratori fanno parte di una comunità più ampia, nella quale dovrebbero collaborare il Carosello Storico, il Latium Festival, le associazioni culturali, le taverne e le attività della ristorazione.

Alberto guarda con interesse alle energie investite dai giovani nell’organizzazione delle iniziative cittadine e ritiene fondamentale continuare a unire le forze.

Ciò che vorrebbe preservare è soprattutto la felicità che si legge negli occhi delle persone dopo giorni di lavoro per una taverna, un Festival o il Carosello. Persone stanche, a volte esauste, ma capaci di esprimere una serenità particolare.

Per lui, quella luce dimostra il valore sociale di queste attività.

Sostenibilità e autenticità: una visione per Cori

Il sogno di Alberto è una collaborazione molto più stretta tra le realtà culturali, associative ed economiche della città.

Cori, secondo la sua visione, non deve cercare di competere con Roma, con le grandi città d’arte o con le località turistiche di massa. Può invece valorizzare ciò che la rende autentica: i prodotti e la gastronomia, gli incontri, la formazione, i laboratori, la danza, le bandiere, il paesaggio e il patrimonio storico e artistico.

Immagina meeting, corsi di formazione ed esperienze culturali capaci di coinvolgere anche i giovani coresi in base ai loro studi e alle competenze che stanno sviluppando.

Ricorda, a questo proposito, l’esperienza di Alessandro e Marco Cardilli, coinvolti quando erano ancora studenti nella progettazione e realizzazione di una scenografia memorabile. Oggi sono scenografi. In quell’occasione, l’incontro tra la loro sensibilità artistica e l’esperienza di Alberto nel campo delle strutture provvisionali rese possibile un risultato importante per tutti.

È proprio questo il modello di collaborazione che vorrebbe vedere moltiplicarsi: uno studente di comunicazione che contribuisce alla comunicazione, un giovane architetto che partecipa a un allestimento, un musicista che lavora sulle composizioni, un fotografo che costruisce un archivio, un informatico che digitalizza la memoria.

Una rete di competenze che possa sostenere non soltanto le associazioni, ma anche le attività economiche e il tessuto sociale della città.

Due parole riassumono questa visione: sostenibilità e autenticità.

Il messaggio alle nuove generazioni: conoscere, cambiare, costruire

Prima di concludere, Alberto individua un rischio da evitare: la miopia.

Sospetti, vecchie contrapposizioni, voci e questioni personali non dovrebbero assorbire tutte le energie di una comunità. La memoria deve servire a comprendere, non a condannare continuamente.

Bisogna invece tornare alla semplicità di un gesto fondamentale: dare a un ragazzo un punto di riferimento e un ruolo, dirgli «questa cosa puoi farla tu» e fargli capire che il suo contributo è necessario.

Il messaggio che lascia alle nuove generazioni è chiaro: non abbiate paura di cambiare il Gruppo, perché ogni generazione lo ha fatto. Ma conoscetelo prima di trasformarlo. Parlate con chi c’era prima, ascoltate versioni differenti della stessa storia, prendete il meglio da tutti e non ereditate automaticamente i contrasti del passato.

Soprattutto, costruite.

Perché, dopo le discussioni, le presidenze, le trasferte, le vittorie e le sconfitte, quello che rimane davvero sono le persone con le quali si è costruito qualcosa.

È questa la storia di Alberto Pistilli. Ed è soprattutto questo l’augurio per i prossimi sessant’anni degli Sbandieratori dei Rioni di Cori.